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15 Marzo 2011

Verso un’università più vicina al territorio

di Francesca Giani


Di una riforma dell’università, sono tutti concordi, ce n’era bisogno. Resta da capire quanto quella recentemente varata dal Parlamento e che porta la firma di Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, sia in grado, al di là di quelli che saranno i decreti attuativi, di dare risposte ai bisogni dei cittadini, ma anche della professione. Ne abbiamo parlato con Enrico Gherlone, nominato a fine 2010 presidente eletto del Collegio dei docenti, che ci ha fatto anche il punto sulle scuole di specializzazione.

Professor Gherlone, che significato ha l’incarico di presidente eletto e la sua nomina in questo ruolo?
Innanzitutto, ritengo che sia stato importante reinserire la figura del presidente eletto, non perché tale carica sia andata alla mia persona, ma perché credo sia un ruolo fondamentale di supporto, in primo luogo, al presidente. Principale incarico è condividere con lui la linea politica, che, naturalmente, deve essere resa valida dai referenti, di fatto unico consesso politico decisionale. Inoltre, il presidente eletto - sempre che la sua presenza sia vissuta con spirito propositivo e di condivisione - ha un’azione defaticante rispetto agli innumerevoli compiti, soprattutto politici, del presidente in carica.
Ma se tale incarico è vissuto, al contrario, come un’attesa o un momento di transizione fino a quando è o potrebbe essere effettivo, allora lo considero inutile. Ma auspico e credo che non sia il mio caso.

La disoccupazione giovanile, il precariato, salari spesso troppo bassi sono problemi che stanno investendo un po’ tutti i comparti. In che maniera il sistema formativo universitario e post-universitario dovrebbe strutturarsi per riuscire a dare una risposta a questo fenomeno? Quella dell’odontoiatria è una strada che si sente di consigliare ai giovani?
Qui non si pone una domanda, ma si cercano risposte su molti aspetti, dallo stato attuale al futuro dell’odontoiatria. Penso, anzi, sono sicuro, che si stia cercando di modulare lo scenario secondo nuove esigenze. E che le richieste non vengono dai politici, ma dal mercato e dai cittadini.
Certo, non si può, né si potrà, disattendere la domanda crescente di un maggior numero di prestazioni odontoiatriche. Questo trend è ineluttabile e, in un certo senso, anche pericoloso per i colleghi, e soprattutto per la tutela della salute dei cittadini.
Per questo è necessario che gli organi professionali e istituzionali eseguano un monitoraggio costante della situazione, affinché questo momento non si trasformi in una deriva populistica a esclusivo appannaggio dei “furbastri” di turno. La formazione di odontoiatri competenti, moderni e al passo con i tempi permetterà di arginare questo fenomeno, che in tal modo si autolimiterà.
Se insegneremo ai nostri studenti l’amore per la professione e la professionalità, tanti problemi che ci assillano saranno risolti e questo ritornerà a essere un percorso da consigliare ai giovani: una delle arti più belle al mondo.
Voglio ricordare che l'odontoiatria italiana è una delle migliori e nessuno ci può insegnare cosa fare: è sufficiente mettere a disposizione i mezzi opportuni, sia a livello under-graduate sia post-graduate.

Se alcune indagini hanno evidenziato che, in una situazione di crisi come quella attuale, la popolazione tende a mettere le cure dentali in secondo piano, quale potrebbe essere una proposta perché questo non avvenga?
Non è assolutamente vero che la popolazione pone le cure dentali in secondo piano, anzi è vero il contrario. Il problema è un altro: molti, troppi non possono permettersele, mentre la politica, anche alle ultime elezioni, le ha inserite nel programma di entrambi gli schieramenti. Ora i cittadini chiedono come fare. Non a caso si è registrata negli ultimi tempi una recrudescenza dell’abusivismo, un’implementazione del turismo odontoiatrico e il virulentarsi dei fenomeni del low-cost. Sul problema stiamo studiando giorno e notte: si deve arrivare a una riduzione dei costi, mantenendo la qualità, obiettivi che non sempre vanno a braccetto. Ma il requisito deve essere tutelare la salute del cittadino.

Parlando di prevenzione, ritiene che orientare il sistema complessivo verso un suo potenziamento potrebbe essere, oltre che naturalmente un importantissimo strumento a vantaggio della popolazione, anche uno sbocco per i professionisti, alle prese con la crisi?
Certo, questa è una strada maestra: ricordiamoci che la vera odontoiatria sociale è la prevenzione.
Difficile da spiegare, però, a chi è senza denti e chiede risposte concrete e soprattutto immediate.

In questo periodo si parla spesso del progetto sulle scuole di specializzazione. Ci può dare qualche anticipazione su contenuti e tempistica?
È importante sottolineare che le scuole di specializzazione, il cui progetto stiamo discutendo in Consiglio superiore di sanità, non sono una proposta del sottoscritto o del ministero della Salute, ma ci sono state inviate dal ministero dell’Università, dopo che un gruppo di lavoro ne ha stabilito i requisiti minimo-strutturali.
In questo gruppo, oltre che colleghi dell’accademia, erano presenti anche altre componenti importanti, quali la Cao. Il progetto è in discussione proprio in questi giorni e, per quanto mi compete, mi farò sicuramente carico di una proposta per richiedere al Miur l’attivazione delle scuole non ancora esistenti. Ritengo giusto avviarle, sia per rispondere a una maggiore richiesta di competenze qualificate sia per adeguarsi all’Europa e al panorama internazionale.

Nella direzione di un aumento delle specializzazioni, come potrebbe evolvere il lavoro dell’odontoiatra? Il laureato in questa disciplina può fare tutto senza specializzazione o in un futuro solo gli specialisti potranno esercitare certe branche? Ritiene questo percorso in linea con la situazione di difficoltà del settore e anche della popolazione?
Spero di chiarire in modo definitivo la questione: il corso di laurea in Odontoiatria è di tipo professionalizzante e ora, con l’introduzione del sesto anno, sta acquisendo ancora di più quelle caratteristiche che gli competono e sono indispensabili: un ciclo di studi dove lo studente sia licenziato con un patrimonio professionale under-graduate completo e al passo con i tempi.
Ricordo che il sesto anno è quasi completamente dedicato al tirocinio clinico. È evidente quindi che, con un adeguato periodo dove potrà effettuare esperienze lavorative, l’odontoiatra che esce dall’università potrà esercitare la professione anche senza specializzarsi.
È chiaro che, se un individuo vuole allargare le proprie conoscenze, deve poterlo fare e questo percorso gli dovrà essere riconosciuto a livello di titolo e dal punto di vista professionale. Ma il tutto dovrà dimostrarsi sul campo.
D’altra parte, lei preferirebbe farsi curare da un professionista bravo e senza specializzazione o da uno che lo è meno, ma con un foglio di carta in mano? La risposta è scontata. Resta il fatto però che uno specialista dovrebbe essere ancora più bravo. In questo senso, sta a noi il compito di formare gli specializzandi, senza innescare preclusioni per chi non lo è: quello che conta è il risultato, che deve emergere dalla qualità delle cure e dalla preservazione della salute (in questo caso orale) dei cittadini.

In che maniera si potrebbe far sì che formazione universitaria e specializzazione riescano a essere davvero espressione delle esigenze del territorio, dallo scenario epidemiologico alle possibilità di spesa della popolazione, dal contesto economico alle possibilità di inserimento nella professione dei giovani?
La risposta è scontata. Formazione universitaria ed eventuale specializzazione devono formare operatori capaci e completi, che siano in grado di agire secondo scienza e coscienza. Professionisti così preparati mai andranno al di sotto di quei requisiti minimi ai quali sono stati addestrati: questo significa che non saranno preda del low-cost nella sua forma più deleteria, perché sono consci dei rischi per la propria reputazione e delle conseguenze medico-legali. Possiamo rispondere solamente con la qualità della formazione e delle prestazioni: d’altra parte, è questa la vera esigenza del territorio. Inutile nascondersi dietro chiacchiere che lasciano il tempo che trovano. Quanto al reperimento delle risorse economiche, sarà necessario fare tutti un passo indietro, mentre la politica dovrà farne uno in avanti.

Ritiene che il nostro Paese, a partire dalla formazione, abbia una prospettiva europea? Rispetto alla tematica dell’allargamento dei confini nazionali (sia per i professionisti, sia per i pazienti), come fare a trasformare quello che sembra una minaccia in opportunità?
Senz’altro, il nostro Paese deve avere una prospettiva europea: d’altra parte siamo in tempi di globalizzazione, abbiamo operatori invidiati da tutto il mondo, sia clinici sia ricercatori. Certo, per riuscire ad adeguarsi a questo respiro internazionale, va messa a punto la formazione. Mi sembra, però, che molti colleghi e atenei lo abbiano capito e si stiano indirizzando verso questa via. Cito solo un esempio tra tutti: la Dental School di Torino, che ci è invidiata a livello internazionale.
Ad aver intrapreso questa via sono anche i ministeri: si vedano i provvedimenti che riguardano le specializzazioni e gli accorpamenti tra atenei, nonché i requisiti minimi in termini di strutture e docenze, obbligatori, pena la chiusura della struttura. Insomma, il problema lo si è capito molto bene e ci stiamo approntando ad affrontarlo nel migliore dei modi. Ci riusciremo? Il tempo come sempre è galantuomo e ci darà le risposte.

Che previsioni ha per il Ddl Salute, in cui c'è la norma che permette agli odontoiatri di lavorare nel Ssn senza specializzazione? Non è in contrasto con l'idea di creare diplomi di specializzazione?
Spero, anzi credo, che sarà approvato senza problemi, essendo in accordo con la Conferenza Stato-Regioni - un passaggio importantissimo e indispensabile.
Rispondendo al secondo quesito: non deve servire specializzazione a chi esce da un corso di laurea concertato come è quello in Odontoiatria, soprattutto per un Ssn come il nostro e per il tipo di prestazioni che vengono erogate. Diversa la situazione quando gli odontoiatri provenivano dalla facoltà di Medicina e odontoiatria era un esame complementare semestrale: a quell’epoca sì che la specializzazione era condizione indispensabile. I diplomi di specializzazione, a questo punto, diventano un fatto culturale, come accade in tutto il mondo. In questo senso di contrasti proprio non ne trovo.

Ci può dare un parere sulla riforma Gelmini?
Per ora, non avendo ancora avuto modo di vedere i decreti attuativi, è un primo parere superficiale. Appare positiva. Piace soprattutto l’anagrafe dei commissari e i concorsi, che ritornano a essere nazionali e per i quali, prima di essere sorteggiati, ci sarà la valutazione del curriculum degli ultimi cinque anni, nonché l’introduzione di requisiti minimi, anche per i candidati alle varie fasce di docenza. Buona quindi per i reclutamenti; quanto agli altri aspetti attendiamo. Senz’altro vedo un tentativo organizzativo di tipo meritocratico e questo fa piacere a tutti.

GdO 2011;3

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